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REPERTORIO

 Funerale e Messa dei morti

Miserere

Dies Irae

De profundis

Libera me Domine.

 

Rosario cantato dei boscaioli di Primiero

Canti della Stella

Noi siamo i tre Re

Puer natus in Betlehem

L’unico figlio dell’eterno padre

 

Litanie per la grande Rogazione di Asiago

 

Canti profani

Trato marzo

Canti narrativi

Canti di miniera

Canti di emigrazione

Canti “onti”

Litanie per la Grande Rogazione di Asiago

Il paese di Asiago, in provincia di Vicenza, si trova sull’altipiano dei “sette comuni”, isola linguistica germanofona della montagna veneta. Ogni anno, alla vigilia dell’Ascensione si svolge la Grande Rogazione, chiamata anche Giro del mondo.

La grande processione che coinvolge l’intera comunità, parte all’alba, e si conclude al tramonto, dopo aver percorso i 33 chilometri che circondano tutto l’abitato di Asiago. Secondo la tadizione, la Rogazione di Asiago sarebbe stata istituita quale voto, nel 1631, dopo la grande pestilenza che decimò le popolazioni di Asiago, Roana, Gallio. Di particolare interesse risulta lo stile polivocale dei canti (le Litanie in latino) eseguiti in continuazione, a squarciagola (voci urlate), dai rispettivi cori, per tutta la durata della Rogazione fino all’ “esplosione” corale conclusiva all’interno del duomo di Asiago.

 

Il rosario cantato dei boscaioli del Primiero

Mezzano è un paese di montagna, situato fra le dolomiti del Primiero, in provincia di Trento. Qui si è conservata una tradizione di canto singolare, legata al lavoro dei boscaioli. Un lavoro particolarmente faticoso e pericoloso che si concludeva la sera, nella baracca di montagna, con un pasto comune. Dopo cena, il più anziano della compagnia chiamava tutti a raccolta per il “rosario” che non veniva però recitato, bensì cantato. Due cori contrapposti alternavano in modo responsoriale i singoli versetti.

Le voci – urlate – erano talmente forti che alle volte il rosario poteva venir cantato da due gruppi diversi, posti anche a grande distanza l’uno dall’altro: ad esempio su due versanti vallivi opposti.

 

Funerale e la messa dei morti

Nel 1903 il Papa Pio XI firmava con un Motu proprio il “manifesto” del movimento ceciliano Italiano. In quel documento veniva aspramente condannato ogni tipo di musica riferibile ad ambienti profani o comunque non connessa al significato ed alle forme della liturgia. La prima fase di questo movimento propose un recupero delle antiche tradizioni, riammettendo in chiesa non soltanto il canto gragoriano, ma anche la prassi polifonica fino alla lezione di Palestrina. In questo processo la diocesi di Trento recitò un ruolo trainante, sia per la vicinanza con la Baviera (regione determinante nella diffusione del movimento ceciliano dalla Germania verso l’Italia), sia per la presenza di alcuni sacerdoti musicisti – legati alla scuola di Ratisbona – che favorirono la costituzione di cori “riformati” anche nei più piccoli paesi di montagna. In qualche caso sopravvive ancor’oggi questa tradizione, soprattutto in occasione di funerali e messe da morto.

 

Canti di questua natalizio-epifanici

Nel periodo che va da Natale all’Epifania, in alcune località dell’Arco alpino, un gruppo di cantori, spesso mascherati da Re Magi, visita le case del paese, eseguendo canti specifici e ricevendo in cambio doni di vario genere. Un cantore porta la Stella realizzata con carta colorata, cartone e legno, solitamente illuminata e girevole, oppure un presepio. Il ricavato della questua può essere devoluto alla Chiesa oppure diviso fra i singoli cantori. I canti derivano (in gran parte) direttamente dalla Controriforma, e in particolare dalle cosidette “lodi a travestimento spirituale” elaborate in lingua italiana durante il Concilio di Trento per “rispondere” al Corale luterano e al Salterio calvinista. L’usanza deriva dai Gesuiti: per rinforzare il significato “romano” dell’Epifania legato al culto dei Magi (contestato da Lutero) hanno utilizzato gli antichi cortei mascherati di capodanno e di carnevale “sovrapponendo” il mascheramento da “Re Magi”.

 

Trato marzo

In Tirolo si chiama Scheibenschlagen, in Friuli Las cidulas, nei Grigioni Cialandamarz, in Trentino Trato marzo.

Si tratta di un’usanza di origine precristiana, che lega il risveglio della natura alle manifestazioni dell’eros fra gli uomini, all’insegna di un’ironia a volte pesante e dissacrante, veicolata attraverso la metafora degli accoppiamenti. In alcuni paesi del Trentino, negli ultimi tre giorni a cavallo fra i mesi di febbraio e marzo (spesso a ridosso del carnevale) alcuni giovani si recano sul monte sovrastante il paese, accendono un grande falò, e urlano cantando in direzione dei paesani il Trato marzo. Vengono proposti accoppiamenti di tipo immaginario, provocatorio ma anche reali. Numerose denunce e proibizioni emanate fin dal 1500 dai Sinodi Diocesani, dal Principe Vescovo, ed in seguito da varie autorità civili e religiose, hanno contribuito a sradicare il Tratomarzo quasi definitivamente, ma non ovunque. I Cantori da Verméi propongono alcune varianti cantate del Trato marzo.

 

Canti di carnevale

In Trentino esiste una particolare concentrazione di carnevali tradizionali, che costituisce una singolare sintesi tipologica di elementi cerimoniali diffusi in una vasta area comprendente l’Italia settentrionale, Venezia, l’intero Arco alpino e l’Europa centrale, quali ad esempio il processo e condanna di Carnevale (Tesino), maschere lignee (Valfloriana, Val di Fassa), morte di Carnevale con testamento e resurrezione (Val dei Mòcheni), compagnie iniziatiche itineranti di ballerini (Ponte Caffaro, Valfloriana, Val di Non). La musica occupa un ruolo centrale con canti d’occasione e soprattutto balli.

Uno fra i dati etnografici più significativi – un fil rouge in grado di accomunare usanze in apparenza molto diverse fra loro – è rappresentato dal ruolo svolto dai coscritti (termine con il quale nell’idioma locale vengono indicati i giovani che nel corso dell’anno entrante accederanno ai ranghi della società adulta). Nel linguaggio corrente il termine coscritto viene ormai associato alla leva militare (in quanto verrebbe fatto risalire all’introduzione della coscrizione obbligatoria, dunque non prima del 18° secolo); è però probabile che a quel tempo le nuove tradizioni abbiano finito per incorporare elementi culturali più arcaici, vale a dire quei “riti di passaggio” all’età adulta, sanciti dal superamento di prove di forza e di coraggio, che coincidevano con i mutamenti stagionali dell’anno. I Cantori da Verméi propongono alcuni esempi di canti dei coscritti, che vanno dalla leva militare al repertorio erotico, trasgressivo, licenzioso.

CHI SIAMO

I Cantori da Verméi propongono così antichi brani paraliturgici, la Messa da requiem “ceciliana” (abbandonata dopo la riforma del Concilio Vaticano II), canti di questua natalizio-epifanici legati al rito della Stella, canti di carnevale e del Trato marzo, oltre ovviamente ai numerosi canti locali profani e da cantina (canti narrativi “epico-lirici”, repertorio di miniera e di emigrazione, canti licenziosi “onti”).

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Cantori da Verméi 2016

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